Incontro internazionale con le partecipazione di: Stefania ACHELLA (Università di Chieti – Pescara), Davide LUGLIO (Université Sorbonne), Mario DE CARO (Università Roma Tre), Bruno PISCHEDDA (Università Statale Milano), Gregor KROUPA (Univerza v Ljubljani), Blaž ZABEL (Univerza v Ljubljani), Maja MALEC (Univerza v Ljubljani) direttrice del Dipartimento di Filosofia ( FF), Martina OŽBOT (Univerza v Ljubljani) direttrice del Dipartimento di Romanistica (FF), Patrizia FARINELLI (Univerza v Ljubljani)
Le Operette morali e gli intenti di questo incontro
Ci sono opere che vivono il “tempo grande” che sono cioè in grado, come tutti i capolavori, di parlare oltre la loro epoca. Lo fanno anche Operette morali di Giacomo Leopardi. La loro prima edizione (Milano 1827) compirà a breve 200 anni, ma il testo – ironico, a tratti brioso e sempre inventivo – non dà segni di vecchiaia e continua a proporre straordinaria materia di riflessione ontologica, antropologica e morale. Affrontarne la lettura è unʼesperienza che ci cattura.
In Slovenia questo scritto è rimasto ancora quasi inesplorato, inoltre non ne sono state tradotte che un paio di pagine. La proposta che viene lanciata con il presente convegno interdisciplinare (filosofico-letterario) è proprio quella di stuzzicarvi un interesse anche in area slovena. Gli interventi in programma non avranno un taglio troppo specialistico: il loro scopo è semmai di delineare a un pubblico ampio di studenti e potenziali interessati alcuni aspetti cruciali del pensiero leopardiano leggendoli alla luce di attuali linee interpretative e mostrando le modalità in cui trovano voce in questʼopera.
Il concetto di “altro vero”, che appare nella formula del titolo dell’incontro, rimanda alla posizione di opposizione che Leopardi abbracciò di fronte ai sistemi di pensiero dominanti alla propria epoca: tanto a certi aspetti della tradizione illuminista, quanto al pensiero spiritualista legato a posizioni ideologiche conservatrici. La verità da lui messa a nudo nelle Operette morali è scomoda e la riassume il personaggio di Tristano (un quasi “io” dell´autore) nel dialogo che chiude la raccolta dell’ampliata edizione fiorentina (1834): “Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai di non saper nulla, né di essere nulla, né di non aver nulla da sperare.” Nella radicalità e tenacia con cui Leopardi cercò di distruggere false, rassicuranti illusioni e insistette sulla tesi del niente che noi uomini siamo nel cosmo, così come sulla pochezza della civiltà moderna, resta molto della sostanza morale delle sue Operette: uno scritto che non conosce invece nulla di moraleggiante, sostenuto, com’è, da un discorso privo di intenti edificanti.